mercoledì 21 febbraio 2018

Indiepop Jukebox: anti-fashion week OST

High Sunn - Missed Connections

L'iperprolifico Justin Cheromiah, diciottenne da San Franciso, sta per tornare con un nuovo album a nome High Sunn, ancora una volta sulla formidabile label svedese PNK SLM. Dopo il bell'EP Hopeless Romantic dello scorso anno, dopo le raccolte in cassetta per Spirit Goth e Z Tapes e dopo i vari demo disseminati tra Bandcamp e Soundcloud, High Sunn arriva finalmente al primo e vero album in studio, Missed Connections, con una solida band ad accompagnarlo e con la collaborazione del produttore Dylan Wall (già al lavoro con Craft Spells, Boy Romeo, Naomi Punk, Great Grandpa e anche con i nostri Baseball Gregg). Questa prima anticipazione Those Last Words parte dall'ambiziosa intenzione di esplorare "the musical territory between Modest Mouse and Wild Nothing", ma esplode nella maniera giusta e lascia sperare per il meglio:





Alpaca Sports - Summer Days

Dopo oltre due anni di silenzio, il ritorno degli Alpaca Sports che cantano Summer Days mentre qui fuori l'inverno minaccia ancora neve è proprio una di quelle crudeltà a cui l'indiepop ci ha ormai abituati. Tra l'altro, non so perché ma ero convinto che Andreas Jonsson e Amanda Åkerman avessero già cantato una canzone intitolata Summer Days. Invece pare di no, e questo delizioso singolo è soltanto il primo assaggio di un album che gli svedesi stanno per pubblicare su Elefant Records a breve. "I just need you / And summer days in the sun / No one loves you like I do": non manca nulla, soltanto l'estate qui fuori.





Hello Paris - Wake Up At The Lake

Non si trovano molte info in rete su Hello Paris, se non qualche blog che scrive che non si trovano molte info in rete. Quello che pare certo è che si tratti di un progetto francese, metà del duo shoegaze Fifty Miles From Vancouver, da Rennes, che aveva pubblicato un buon EP per la compianta Beko Disques (e che si sbizzarriva in titoli come ). Senza dare spiegazioni, sul suo Soundcloud, stanno emergendo piccole gemme di assolato dream pop come questa nuova Wake Up At The Lake:






 Fine China - 'Feel Not'

I Fine China sono dei veterani della scena indie di Phoenix: sono in giro dal 1997 e hanno all'attivo quattro album e svariati EP. A dodici anni dalla loro ultima uscita, si sono riuniti e sono tornati a pubblicare per la loro prima etichetta, la californiana Velvet Blue Music. "Always been a guitar-driven, pop band at heart", anche con il nuovo singolo Feel Not, si confermano abili manipolatori di suoni e atmosfere Eighties, tra Smiths, Cure e New Order:





Starman Jr. - Pearl

Ancora via Z Tapes, arriva l'edizione europea su cassetta per l'ultimo album del prolifico Starman Jr., ovvero Adam Porter da Oxford, Mississippi, che insieme a Kieran Danielson e Graham Hamaker è anche il fondatore della Muscle Beach Records. L'estetica di Porter può essere riassunta nel suo desiderio di scrivere canzoni sul "not wanting to sleep but constantly being tired". Il nuovo Pearl è ancora una volta un incantevole raccolta di bedroom pop a bassa fedeltà per fan di Coma Cinema / Elvis Depressedly o certe cose di Alex G.





Why Bonnie - In Water

Se come me siete amanti del guitar pop cristallino di Alvvays e Hater, credo proprio che i Why Bonnie saranno la vostra prossima band preferita. Quartetto proveniente da Austin, Texas, guidato dalla seducente voce di Blair Howerton, riesce a coniugare malinconia e atmosfere più luminose, già tutte rivolte alla primavera. Il nuovo EP In Water è appena uscito su Sports Day Records.


lunedì 19 febbraio 2018

We could get along

podcast - 'polaroid – un blog alla radio' – S17E18

“polaroid – un blog alla radio” – S17E18

Stephen Malkmus – Middle America
Spiral Stairs – No Comparison (Kelley Stoltz & Allyson Baker remix)
Ghost Music – We Could Get Along
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Mommy Long Legs – SK8 Witches
La Luz – Cicada
Anna Burch – Tea-Soaked Letter
HOLY – Dreaming Still
Say Sue Me – Old Town
Frankie Cosmos – Being Alive

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud



giovedì 15 febbraio 2018

Belle and Sebastian will solve our human problems

Live report: Estragon, Bologna - 2018/02/14

Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14

In una vecchia canzone (che questa sera a Bologna purtroppo non ci hanno regalato), i Belle and Sebastian cantavano “If you dance for much very longer / You'll be known as the boy who's always dancing”. Questi versi mi tornano in mente di continuo mentre li guardo con quel misto di stupore, gratitudine e grande consolazione che ogni concerto della band scozzese riesce a infondere. Ecco, al contrario del personaggio di quella canzone, uno Stuart Murdoch così ballerino, disinvolto e divertito, così a proprio agio nello spazio del palco, forse non l’avevamo mai conosciuto. Entra in scena con una giacca di pelle nera da motociclista, sorriso e determinazione, la figura asciutta e slanciata da maratoneta sotto la consueta maglietta a righe, si siede al piano e attacca subito Nobody’s Empire. È un modo per ricapitolare la storia dell’origine della sua musica, dalla sindrome di affaticamento cronico fino al rapporto con la fede, passando per una figura femminile forte ritratta con una tenerezza toccante. Forse non è la migliore canzone dei Belle and Sebastian, di certo non è la mia preferita, ma mentre la sento suonare qui sembra brillare, e mi rendo conto che ha senso ed è un’ottima maniera per entrare in argomento, “we live by books and we live by hope”, e la gente intorno a me comincia a scaldarsi. Perché è con la successiva I’m A Cuckoo, travolgente e liberatoria, che tutti finalmente realizzano di essere qui e ora, a un concerto dei Belle and Sebastian nel 2018, qualcosa per cui dovremmo già abbracciarci con riconoscenza, e buttarci a ballare, ballare come questo Stuart di mezza età, l’amico timido che a un certo punto della festa deve avere capito come lasciarsi andare, e adesso è lui che trascina te.
La scaletta prende il volo. Mi pare di cogliere una maggioranza di canzoni da Dear Catastrophe Waitress: una versione di Piazza, New York Catcher più corposa, folk corale con armonica e tromba, che è davvero una bella sorpresa, mentre su If She Wants Me anche Stevie Jackson, il vecchio zio mod che tutti vorremmo avere, si concede qualche ammiccante passo di danza, sempre impeccabile ed elegante. È proprio lui, con Sweet Dew Lee che ci porta verso le canzoni più recenti, quelle del trittico di EP di How To Solve Our Human Problems. Dal vivo mi sembrano suonare più “sciolte” e spontanee che su disco, e una volta di più mi rendo conto di quanto ai Belle and Sebastian riesca facile amalgamare canzoni di decenni differenti come se fosse tutto naturale, come se quello che volevano dire fosse sempre stato lì, da Tigermilk a oggi, una stessa idea coerente.
Quello che di certo è cambiato, dall’epoca più twee, mi pare sia il loro atteggiamento sul palco, molto più sicuro e convinto, tanto che non credo di avere mai sentito Stuart Murdoch parlare così tanto tra una canzone e l’altra. La gag della “ricerca su wikipedia” delle foto di Bologna, una "captatio benevolentiae" tutto sommato perdonabile, con immancabile momento simpatia per la gloriosa squadra di calcio degli Anni Sessanta proiettata sullo schermo, non me l’aspettavo proprio. La cura del suono e dei visual sincronizzati lungo tutto il live è notevole. A un certo punto, Murdoch si mette a raccontare del viaggio in treno che li ha portati da Milano a Bologna, e dietro la successiva I Want The World To Stop proiettano proprio un filmato “dal finestrino” girato poche ore prima. La Stazione Centrale che vedo ogni giorno, il paesaggio suburbano, e poi la pianura verde e grigia: mi fa sorridere ritrovarlo lì, sfondo gigante dentro la musica dei Belle and Sebastian, identico a come lo vivo io in cuffia, ma qui dal vivo.
Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14
E poi ci sono tutte le classiche canzoni del cuore, ognuno ha la sua. Questa data all’Estragon ci regala un'austera Like Dylan In The Movies, un’inaspettata Expectations e una portentosa Another Sunny Day, una di quelle canzoni che quando mettevi i dischi negli anni indiepop ti salvava sempre la vita e la pista. Poi, come era stato già spoilerato su ogni social, per l’immancabile The Boy With The Arab Strap vengono invitati i più volenterosi a ballare sul palco, e la cosa si ripete con genuina simpatia anche stasera, tra abbracci entusiasti e ragazze che esigono almeno un bacio da Stuart.
Ma dopotutto è anche la sera di San Valentino, e la band di Glasgow ha in mente anche un’altra sorpresa: la lunga coda del loro vecchio cavallo di battaglia si trasforma, a poco a poco, in una di quelle cover che in un primo momento non sai come prendere. Love Is In The Air, direttamente dagli Anni Settanta più disco sdolcinati, potrebbe far succedere il peggio, e invece funziona alla grande pure lei, con Johnny Lynch, l’esuberante cantante della band di spalla Pictish Trail che arriva a dare manforte con i cori, ricoperto di frange dorate e brillantini, mentre giù in platea sono tutti abbracci, sussurri e promesse, e braccia levate al cielo.
Il lungo set si conclude con una trascinante Judy And The Dream Of Horses, forse una delle più belle canzoni mai scritte sulla sublimazione, e anche se forse non siamo più quelli così sicuri di riconoscersi dentro quelle strofe, “with a star upon your shoulder / lighting up the path you walk”, mentre la riascolto dal vivo, forte e chiara oggi davanti a me, sono convinto che “if you're ever feeling blue then write another song about your dream of horses” sia stato uno di quei versi capaci di restarti addosso tutta la vita, senza dire niente di speciale, eppure spiegando tutto quello di cui avevi bisogno.
Si spengono le luci, c’è una pausa tutto sommato breve, e poi arriva il momento dei bis, che mi sembra una faccenda un po’ meno riuscita del resto della serata. Si apre addirittura con Fox In The Snow, che non sentivo da tantissimi anni, e che tutti i ricordi riporta giù: cassette, lettere, lacrime di fanciulle scozzesi del secolo scorso, speranze e quanta ingenuità. Poi c’è un momento in cui la band sembra incerta sulla scaletta, dal pubblico gridano titoli, Stevie Jackson si toglie la chitarra e va verso le tastiere, ma Sarah Martin ha un’esitazione. Poi Stuart decide che bisogna chiudere ballando, e vuole a tutti i costi salutarci con The Party Line, una canzone che - con tutto il bene che si può volere ai Belle and Sebastian - non posso definire la loro più significativa e riuscita, né così importante. Stuart non è James Murphy, e questo è l’unico momento in cui mi trovo a pensare che il tempo è passato anche per loro. Ma sia come sia, quello è Stuart Murdoch e sta ballando e saltando, contento come un bambino, contento come lo eravamo noi quando lo abbiamo conosciuto più di vent’anni fa, e anche il pubblico balla, e allora io non voglio certo tirarmi indietro, non voglio lasciarmi sfuggire la soluzione ai nostri "human problems", e alla fine tutto quello che doveva darci questa band, tutto quello che dovevamo capire è in questa gioia.

(mp3): Belle and Sebastian - Electronic Renaissance




martedì 13 febbraio 2018

She's the girl of my dreams, but I ruin everything

MOUSE TRAP

Un giorno dovremmo finalmente mettere nero su bianco almeno uno dei due metodi ideali per dare voti ai dischi, il più recente e forse il più duttile: ovvero come valutare con accuratezza la percentuale di un album che si può avvicinare o far risalire ai Pants Yell. L'unità di misura di questo metodo si chiamerà evidentemente Churchman, dal nome di Andrew Churchman, voce della storica band di Boston, e diventerà presto uno standard.
Da questo punto di vista, quando mi sono imbattuto nel disco d'esordio dei Mouse Trap, ho subito pensato: "ecco qui un promettente 7,9 Churchman!". Successivi calcoli e dimostrazioni lo possono confermare. Senti queste chitarre traballanti eppure traboccanti di ardori e timidezze; senti queste strofe che sembrano strappate dal tuo diario del ginnasio: "There is someone I like / But nothing turns out right" sono i due versi che aprono il disco e ne tratteggiano già un ampio fondamento. E soprattutto senti come un indiepop a bassa fedeltà e maglioncini a V può reggersi in piedi nonostante tutto e diventare una nuda poesia che niente più può abbattere: "My life will begin when I first touch your skin". Ulteriore nota di merito, l'hashtag su Soundcloud: "tweemo".
Di questa band non si trovano molte informazioni in giro: ho recuperato una sola intervista al chitarrista e cantante Jackson Eudy, da Arlington, Texas (in cui cita a più riprese i Guided By Voices); ci sono un paio di tracce abbastanza lo-fi sparse tra le compilation della benemerita Z Tapes, etichetta di Bratislava dedicata a uscite in cassetta. Ma ora c'è questo album, dieci canzoni spesso sotto i due minuti, e mentre si diverte a costruire piccole storie come palindromi (Best Friend), mentre canta la sua elementare misantropia (On My Own) o il suo amore impossibile ma tristemente consapevole ("I can't be what you need"...) riesce a ripetere con un sorriso distratto un irrilevante incantesimo di cui certi giorni stupefatti e increduli sento ancora tutta la travolgente necessità.

lunedì 12 febbraio 2018

Keep in touch

podcast - 'polaroid – un blog alla radio' – S17E17

“polaroid – un blog alla radio” – S17E17

The Spook School – Keep In Touch
My Light Shines For You – That Kind Of Boy
m ▲ f f – Desfile
Duets And Stuff – Serve Somebody
Girlpool (feat. Dev Hynes) – Picturesong
Luke Reed – I’m Dreaming
Lillet Blanc – Guest House
Famous Problems – Every Girl
Sara Renberg – Everywhere, Everywhere
The Boys With The Perpetual Nervousness – Nervous Man
Hater – Red Blinders

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud




venerdì 9 febbraio 2018

I was hoping you'd pass by here

Ghost Music - 'I Was Hoping You'd Pass By Here'

È una stagione così strana, mutevole e incomprensibile, che non sapresti dire se la musica è diventata ormai del tutto un fantasma, dissolta e inafferrabile, o se invece avrebbe bisogno di tornare a esserlo, e se le farebbe bene ricominciare a scomparire in qualche mistero impalpabile, perché non ce la fa davvero più. Musica come fantasma, una figura dai contorni vaghi, forse un'illusione, in ogni caso qualcosa che a che fare con il passato e i ricordi.
Chissà se i Ghost Music, da Southend-On-Sea, Regno Unito, hanno scelto il loro nome proprio ricordando come suonava la musica di un tempo differente. Mentre ascolto il loro nuovo I Was Hoping You'd Pass By Here penso a mille nomi, potremmo giocare alla tombola dell’indie kid oramai over 40: ci sono tantissimo le atmosfere sospese e liquide degli Yo La Tengo, a cui ogni tanto fa da contrappunto un’asciuttezza Silver Jews (ehi, ultimamente tornano in mente spesso). C’è una sorprendente parentesi da vecchi Magnetic Fields (Strange Love), ma ogni tanto si sfiora anche la severità di certi Bedhead (Heart Shaped Holiday).
Insomma, un album che avrebbe tutto per apparire familiare, quasi troppo, e che invece continua a sottrarsi, a sorprenderti con ombre e improvvisi splendori (per esempio, alcuni momenti più pop come Blindspot o Gurl In A Whirl sono capaci di illuminare a ritroso linee genealogiche insospettabili, da Woods a Beat Happening fin su a Byrds e Zombies).
Leggo che la formazione è composta da veterani: Matt Randall e Lee Hall suonavano assieme già vent'anni fa nei Beatglider, poi il primo ha dato vita al progetto Plantman (era passato in concerto anche in Italia!), mentre la sezione ritmica è composta da Roy Thirlwall (già Melodie Group) e Leighton Jennings (dai Dark Globes). Tutti nomi che forse non hanno mai guadagnato troppi titoli su riviste e blog (e che mi andrò immediatamente a recuperare), ma che con questo disco pastorale, elegante, a suo modo sfuggente e ambizioso, hanno dimostrato che quel fantasma di musica che chiamavamo indie rock fatto con le chitarre può ancora essere vivo, vivissimo, e parlare di bellezza come non molti sanno ancora fare.






mercoledì 7 febbraio 2018

I forgot to fake the way that I was feeling

Anna Burch – Quit the Curse

Ammiro le persone capaci di dare un taglio netto alle cose. Io ci riesco sempre soltanto a metà. Così la tela è già rotta, ma non arrivo mai fino in fondo. Il disco di Anna Burch è per questi giorni non risolti, una mezza stagione in mezzo a un'altra stagione, pagine chiuse e frasi non finite. Storie che parlano di amori complicati, ma non come credi tu ("I won’t play the victim just because I can’t get what I want"), oppure semplici racconti di come ci può trovare in nuove città alle prese con vecchi desideri che ci fanno paura come la prima volta ("I know there won't always be fireworks / But we saw them that night for a while"). Figure di uomini che arrivano, fraintendono e spariscono: e in mezzo la voce chiara e ferma di Anna Burch che sa quando è il momento di cedere alla malinconia e quando invece tirarsi in piedi, e che soprattutto non smette mai di cercare sé stessa. C'è spesso un tono risoluto in questi versi ("From what I can see reciprocity is boring, but I'm tired of unrequited love stories") e passo dopo passo, autostrada dopo autostrada, taglio dopo taglio, la protagonista di Quit The Curse arriva in fondo alla tela.
L'album sarebbe un esordio, anche se non lo si può considerare davvero tale, perché avevamo già incontrato la cantante di Detroit prima nei Frontier Ruckus e poi nei Failed Flowers di Fred Thomas (degli storici Saturday Looks Good To Me - contatto che deve avere in qualche modo facilitato l'uscita su Polyvinyl), e quindi la sua scrittura ha avuto tempo di affinare la propria lama. I momenti migliori del disco sono quelli che si avvicinano di più a certe sonorità Anni Novanta, tra indie rock e più caldo folk-pop (Pitchfork cita esplicitamente Juliana Hatfield e Liz Phair), ma non mancano tracce più leziose, quasi tra Alvvays e She & Him, che strappano un istantaneo sorriso. E forse, quello che trovo uno dei pregi migliori del disco, è la maniera gentile ma ferma con cui ti trasmette il suo carattere e il suo sguardo: "Self-destruction is so played out / So is self-pity and self-doubt / Let’s try to be okay".

lunedì 5 febbraio 2018

Feel it all

podcast 'polaroid – un blog alla radio' – S17E16

“polaroid – un blog alla radio” – S17E16

Holy Now – Feel It All
Trés Oui – Red Wine & Dry Ice
Flyin’ Zebra – Death By Shaokao
Habibi – Nedayeh Bahar
Ultimate Painting – Not Gonna Burn Myself Anymore
Bonny Doon – I Am Here (I Am Alive)
Salad Boys – Exaltation
Cool Ghouls – CCR Bootleg
Eels – The Deconstruction
Hater – Rest

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud

Indiepop Jukebox: "you look so normal" edition

Sara Renberg - Night Sands

"I'm so tired of keeping it together": direi che è un verso perfetto per il lunedì mattina. Da Portland, Sara Renberg ce lo consegna senza apparente dramma, con un'intonazione distaccata che a qualcuno ha fatto venire in mente i Silver Jews. Lei però si avvicna a suoni folk più delicati e la Antiquated Future, che pubblica questo suo secondo album Night Sands, la presenta citando esplicitamente "the scrappy pop of artists like Dear Nora and Frankie Cosmos". Canzoni a volte spoglie e dirette, a volte quasi serene, che parlano di com'è essere "32, gay and single” e vivere "in exile from old dreams", e a cui non manca mai una certa dose di sense of humour.





My Light Shines For You

"I never thought that you were that kind of boy / you look so normal, quiet and simple but / you have a girlfriend": una strofa, che con le sue implicite contraddizioni e i suoi capovolgimenti, sembra voler racchiudere l'intera essenza del twee nel minor numero di parole possibile. Intanto sotto esplodono arpeggi scintillanti a rotta di collo, molto Talulah Gosh (o magari Bodines, o Chesterfields o ancora...), i coretti sono super zuccherosi e tutto dura appena un minuto. Non sono adorabili? Si chiamano My Light Shines For You, vengono dal Cile, e il loro nuovo 7 pollici viene pubblicato dalla eroica Cloudberry Records:






In certi momenti tutto quello di cui hai bisogno è una band anglotedesca che suona come una reincarnazione dei Field Mice e che non ha paura di cominciare una canzone con il verso "Do you remember when we were seventeen?". Malinconia senza fine, chitarre squillanti e quel velo di synth e riverberi che rende tutto ancora più distante. The BV's si dividono tra Falmouth, in Cornovagia, e Augsburg in Germania. Il loro nuovo sette pollici si intitola Interpunktion (EP) e questa è la prima delle 5 tracce, Be Enough:





Channel Hanna - Rainbow Reservoir

Quando un album si intitola Channel Hanna per rendere omaggio alla ormai leggendaria figura di Kathleen Hanna, puoi già intuire cosa ti aspetterà: chitarre fragorose, parecchi ritornelli da urlare e una salutare aria Anni Novanta. I Rainbow Reservoir, da Cardiff, suonano con molta energia quell'indiepop che sconfina spesso e volentieri in un pop punk sbarazzino e a presa rapida, abbastanza affine al suono dei Martha, giusto per dare un riferimento (e in più mettono tra i loro numi tutelari i Cars Can Be Blue, cosa per cui si guadagnano già molti cuori!). Garantisce Oddbox:





Lillet Blanc - Casco Bay

Il Lillet Blanc prendono il nome da un aperitivo dolce francese, e davvero la scelta mi sembra molto appropriata. Tersi suoni dream pop, che piaceranno ai fan dei Camera Obscura e a chi, come me, ci ritroverà anche qualcosa dei primissimi Cardigans. Il quartetto proveniente da Brooklyn ha appena pubblicato il suo secondo EP intitolato Casco Bay, contenente 6 tracce. Ogni tanto le atmosfere si fanno iù nebbiose (per cui possiamo accendere anche l'hashtag "shoegaze"), ogni tanto suonano più leziosi, ma il risultato finale è comunque adorabile.





DUETS AND STUFF - Serve Somebody

Soltanto una canzone sul loro Soundcloud, eppure Duets and Stuff sembrano già essere un nome da tenere d'occhio nel panorama pop scandinavo dei prossimi mesi. Melodia ipnotica che mescola malinconia e distacco come solo gli svedesi sanno fare, voce capricciosa un po' alla Lykke Li, arrangiamenti minimali che fanno tornare in mente lo stile misurato di Peter Björn and John. Dalla città di Uppsala, Greta e Raimond seppure ancora agli esordi dimostrano con questa Serve Somebody già parecchia classe. "You can not just float around":

mercoledì 31 gennaio 2018

I can't remember and I don't have reason to

Salad Boys - This Is Glue

Quando arrivi in paradiso, è meglio se fai finta di essere morto. Ecco: il senso dell'umorismo un po' dark dei Salad Boys potrebbe essere riassunto in questi versi di In Heaven, canzone contenuta nel nuovo album This Is Glue, pubblicato da Trouble In Mind. Questo succede quando le cose, per modo di dire, vanno bene. Più spesso i racconti della band di Christchurch si aggregano per frammenti i cui "colori" appaiono desolati, quando non del tutto cupi. Fin troppo facile estrapolare alcuni titoli come Scenic Route To Nowhere, Hatred o Going Down Slow, pensando di avere già capito che aria tira. Poi a scompigliare le carte arrivano le chitarre più frenetiche e travolgenti (Psych Slasher o Blown Up) che sembrano partire da certe atmosfere Sebadoh per rimandare a quell'introspezione diffidente e disillusa un po' Elliott Smit. Non per niente, il comunicato che presenta il disco ribadisce che "existential angst has never felt so exhilarating". C'è una deliberata vaghezza nei dettagli, i suoni a tratti si fanno jangling (evidenti anche le influenze dei REM o dei connazionali Bats) e a tratti più lo-fi e massicci. Insomma, un po' la Nuova Zelanda che amiamo e un po' il caro vecchio indie roc, morto e sepolto e ancora lì, pronto afarsi una risata.



"This method of journalism"

[clicca per ingrandire]

Ieri sull'edizione USA di Rolling Stone è uscito un articolo firmato da Corbin Reiff sul prossimo album di Car Seat Headrest, che come sappiamo sarà un "remake" integrale del suo Twin Fantasy, uscito nel 2011. Lo stesso Reiff aveva presentato il pezzo dicendo "I spent a year hanging out in the studio with Car Seat Headrest, watching Will Toledo re-assemble his masterpiece, Twin Fantasy", e anche se nell'articolo non compaiono molti dettagli tecnici o di "vita da studio", il risultato a una prima lettura mi era sembrato ben fatto e interessante.
Questa mattina scopro invece che, in un lungo thread su Twitter (qui sopra uno screenshot da cui ho tagliato le fotografie per brevità), Will Toledo ne ha preso le distanze, accusando il giornalista di avere scritto esattamente ciò che lui aveva chiesto di evitare, e mettendo assieme pezzi presi di altri articoli. L'accusa è netta: "This method of journalism is why I declined every other offer for a feature or blog interview around this album".
Non entro qui nel merito di Twin Fantasy e della sua ispirazione: non credo che la biografia di Will Toledo sia così rilevante per amare o meno questo disco o, più in generale, la sua musica. Lo scambio però mi ha fatto pensare a quante volte, visto che "si tratta soltanto di musica", commettiamo tutti lo stesso errore: arrogarci il diritto di trarre conclusioni sulla vita personale di qualcuno solo perchè ci ha consegnato una più o meno riuscita opera d'arte che assomiglia a qualcosa che chiamiamo "vita personale".
Qui non stiamo parlando di giornalismo d'inchiesta. Questo doveva essere un articolo d'approfondimento intorno a un disco. Si diceva di solito che l'opera d'arte, una volta compiuta, se ne va in giro per il mondo sulle proprie gambe, e l'autore non ha più alcun diritto di reclamarla a sé. Eppure sembra che accada molto spesso l'opposto: non riusciamo a separare l'opera da chi pretendiamo di conoscere come autore. Se a questo aggiungiamo l'accelerazione di un giornalismo musicale dominato dalla necessità del clickbait, e che spesso si piega volentieri al gossip, ci troviamo di fronte al paradosso di un autore brillante, acuto e capace come pochi altri della sua generazione di raccontarci certi tormenti dell'adolescenza, che deve ribadire - per di più sui social newtwork - quanto poco sia importante capire di chi sono quei tormenti. Lo scopo dovrebbe essere riuscire a capire quanto in realtà sono tuoi, ascoltando la sua musica.



lunedì 29 gennaio 2018

What’s a human being gotta be like?

podcast  'polaroid – un blog alla radio' – S17E15

“polaroid – un blog alla radio” – S17E15

Sidney Gish – Impostor Syndrome
Superorganism – Everybody Wants To Be Famous
Hinds – New For You
The Citradels – Hill Out Of Town
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Sweet Nobody – Manner Of Speaking
No Middle Name – Sax For Melody
Holy – Wish
Triptides – All My Life
Lätta Regnskurar – This Year

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud

sabato 27 gennaio 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio"

polaroid blog x Radio Raheem

La settimana scorsa sono andato a mettere un po' di dischi a Radio Raheem. Non ho idea di come potessi anche solo pensare che le cose sarebbero filate lisce, ma in ogni caso i ragazzi sono stati super carini, e alla fine è stato molto divertente. Ho fatto partire il primo disco alla velocità sbagliata, nei cinque secondi in cui ho acceso il microfono mi si sono arrotolate le parole in bocca, e appena Fabio De Luca è apparso fuori dalla vetrina ho subito sbagliato la scaletta. Insomma, sono riuscito a portare sui Navigli quello che da anni succede ogni lunedì sera nell'etere bolognese: potrebbero chiamarla "una completa e immersiva indiepop experience" e rivenderla come una cosa esotica.
Ma dato che non ho idea se mi capiterà ancora di tornare da quelle parti, ho deciso di stipare in quei primi sessanta minuti a mia disposizione (quasi) tutto quello che potrebbe stare in una "time capsule" definitiva di questo blog e di questo programma alla radio. Si comincia dai Comet Gain e si finisce con gli Shout Out Louds, passando per vari e immancabili ukulele, camerette, battimani, adolescenza, Svezia, Scozia, Australia, un paio di campioni di casa nostra, molto lo-fi, molti innamoramenti, cimeli Anni Novanta e cassettine Anni Ottanta: ecco il mio nastrone sbagliato per i vostri aperitweevi tardo-hipster, qui in streaming via Mixcloud:



All these worlds are yours

HOLY ­– All These Worlds Are Yours

Diventare astronauti per combattere l'insonnia, esplorare lo spazio e imparare a suonare in sogno. HOLY riesce a prendermi per mano e portarmi fino in fondo a una specie di concept album con canzoni da nove minuti, e a farmi avere voglia di ricominciare subito da capo: dev'essere qualche specie di forza gravitazionale ancora sconosciuta, invisibile e irresistibile. Sono sbalordito.
A quanto pare, questo disco prende il titolo da un libro chiamato "All These Worlds Are Yours: The Scientific Search For Alien Life". È possibile tradurre nella lingua del pop una tensione inesauribile ad andare oltre il mondo percepito e noto, a espandere la prospettiva (e la mente), senza sconfinare nella pura e muta sperimentazione? Sembra essere questa la domanda che riunisce e muove queste dieci tracce, una più imprevedibile dell'altra. Ognuna è una somma di movimenti, traiettorie, idee che si trasformano e si dissolvono e tornano alla luce in una galassia differente.
Un pop orchestrale ricchissimo che, da un lato, prende vita da supernove come i Beatles e i Beach Boys più visionari, ma che si immerge con gioia nelle orbite glam di opere come Ziggy Stardust, o insegue comete psichedeliche come Flaming Lips, Spiritualized o Mercury Rev. Tutto scintilla, nulla si ripete. Chitarre grondanti, pianoforti stellari, riverberi ed echi che colmano l'intera volta celeste. A tratti, HOLY (nome d'arte di Hannes Ferm, da Stoccolma, di casa nella sempre più maestosa PNK SLM) appare parecchio melodrammatico, e la sua musica trabocca di nostalgia. Ma subito dopo ti rendi conto che si è già teletrasportato dalla parte opposta dell'universo, e sta facendo da colonna sonora a documentari sulla vita di altri pianeti, sulla plancia di comando hanno messo i Kinks nel jukebox e ballano, e un attimo dopo torna a sognare, astronauta ibernato che parla nel sonno per secoli, e suona una canzone d'amore a un impalpabile alieno. State pronti a decollare.



giovedì 25 gennaio 2018

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Gennaio 2018

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa


MONTAG

Ho recuperato solo ora l'EP di debutto pubblicato un paio di mesi fa dai Montag. Le quattro tracce, prodotte da Alessandro Baronciani insieme a Marco Giuradei dei Dunk, mostrano bene come la band di Bergamo sappia muoversi tra un emo più urlato e d'impatto (qualcosa dei Gazebo Penguins, se vogliamo dare un primo riferimento), come nell'apertura di Vincenzo, e una scrittura che a mano a mano che procede si fa più distesa e schiettamente cantautorale. Diari aperti, molti ricordi, molto piangere, qualcosa che si è spezzato a sedici anni e che le chitarre oggi provano ad aggiustare e curare. Quelle qui più rumorose mi sembra ci riescano meglio.





OBREE - HAZE

Sara Poma (che giò conoscevamo per i suoi Emily Plays) e Fabrizio De Felice (negli Huge Molasses Tank Explodes, di casa Flying Kids Records) hanno unito le forze per questa nuova band chiamata Obree e gli esiti sono abbastanza sorprendenti: shoegaze sognante, allusioni a certa IDM di casa Morr e liquido synth-pop, a volte dai colori retrò, a volte quasi in territori Beach House. Le nove canzoni raccolte dentro l'esordio, opportunamente intitolato Haze, racchiudono tutte queste anime eppure suonano come un corpo coerente, compatto e raffinato. Se siete di quell'umore un po' così, tipo i colori sulla copertina del disco, troverete la musica che fa per voi.





Gli Insetti Nell'Ambra - L'Aleph

Gli Insetti Nell'Ambra, per prolungare la metafora del loro nome, sono una bestia strana. C'è un istinto rock'n'roll ma dentro un corpo in qualche modo kraut. C'è una corazza lo-fi che però nasconde muscoli da canzonette. Il loro secondo album si intitola L'Aleph, ed è appena stato pubblicato in cassetta da Skank Bloc Records, label indipendente italiana nata a Zurigo e che ora fa base a Parigi (già casa di DJ Balli e Luciano Chessa). La presentazione nel comunicato stampa che mi è arrivato sembra una di quelle finte biografie demenziali che una volta inventava Freak Antoni: "Gli Insetti Nell'Ambra nascono come costola di Ludwig Van Bologna, a sua volta derivazione di I Professionisti e Le Cose Furiose". Poi fai partire la musica e ti rendi conto che non scherzano affatto: chitarre scarne e drum machine, un cantato declamato e asciutto, a volte ossessivo, un linguaggio sottile e spiazzante, che tiene assieme Borges e Palazzeschi. Quasi come dei Suicide senza synth, davvero molto divertenti e molto affascinanti.






I Pulsatilla tentano di trovare una terza via tra il regime it-pop corrente e la piena adesione a influenze straniere. Fanno base sulla Riviera Romagnola, ma appena partono le prime note di questo loro secondo album Anemone i pensieri vanno subito a certi Anni Ottanta britannici. Poi arrivano la voce e le melodie, e capisci che la ricerca poetica segue una strada più "nostrana", a volte ancora fresca di letture classiche. Forse alcune strofe potrebbero suonare più sciolte e spontane, ma in ogni caso è bello sentire chitarre malinconiche che anche dalle nostre parti rimandano ad atmosfere a tratti Sarah Records e a tratti un po' Mac DeMarco.


mercoledì 24 gennaio 2018

Missing winner - #RIPMarkESmith

Mark E. Smith

[Qualche anno fa scrissi per la fanzine inserita nella versione in vinile di Vicious degli His Clancyness un piccolo ricordo della mia prima volta a un concerto dei Fall. In questa serata triste, mentre ascolto un po' a caso i video e le canzoni che un sacco di gente sta postando su facebook e twitter, lo voglio ricopiare qui, per dedicare un ultimo brindisi a Mark E. Smith. Non è molto, ma posso dire che è sincero.
Una versione italiana di questo pezzo era uscita sulla rivista Plenum, che purtroppo non esiste più ma che ha un archivio su Medium. Grazie a Jonathan Clancy per la traduzione, oltre che per l'invito.]

The first man I see coming into Covo Club's courtyard is a 50 year old figure, his hair is almost completely white and he has a black eye. He’s sitting on a bench, clinging onto his jacket and figuring out how to stay warm. He’s staring at the cigarette in his hand, his hand is on his lap. His other hand is holding his bloated cheek. They tell me that it’s The Fall’s tout manager, and that the black eyes comes complimentary directly from Mark E. Smith over a discussion at the previous night’s soundcheck. I wonder if it’s true.
How old is Mark E. Smith? Is he still capable of getting into a fight? Or with someone like him are you willing to accept everything, even a blow to your lower cheekbone? They say the tour manager asked that a bouquet of roses be delivered to the dressing room to be forgiven. I don’t believe this, come on.
Lets go in, they’re about to start.
Nope, the club is half empty. It’s a February night with no snow and no fog. Where is everyone? It’s one of those winter night where the cold seems to have sucked away all the city’s air. Life is somewhere else. These things don’t just happen without a reason.

I have a beer. In the venue there are characters I’ll get to know years later. I take a look at flyers of the following shows and I wait to figure out what exactly I’m doing here. When Mark E. Smith passes through the crowd to reach the stage I almost don’t notice. He’s wearing a blue shirt or maybe a grey one, I can’t tell under the stage lights, his pants are too big, high waist, and his jacket almost looks like it’s gonna fall off his shoulders. He looks exactly like the representation of the expression “a bag of bones”.
What disturbs me the most are his excavated cheeks, stripped by the years passing by: it’s funny how for a man like him, that has made words, and the way he pronounces them in songs his most well known trait, time seems to want to steal his mouth, like if it wanted to silence him.
In his eyes the light of obsession and when the band kicks in, he tightens his fist and stuffs it with rage in his jacket’s pocket. He strikes the microphone and his voice is here. Not on a cassette, or a book, or in the NME. Carried by the electricity along the lines of the PA system to the speakers chained to the walls: Mark E. Smith’s voice is with us.

That winter The Fall were touring Are You Are Missing Winner, that I think no one would define a memorable LP. But that was not important. Like the webzine Perfect Sound Forever had written, “There's never been and never will be a 'perfect' Fall record but that's part of what's made the group so vital - they still fuck around a lot and take chances”. There, I did not know that but I sensed that it wasn’t really necessary to recognize those songs, for sure they would not have played their old hits that I had in that only cd, the A Sides compilation. What was important was to stand there and just be in the blaze. The band accompanying him showed a depressing coldness and distance. The sounds were glacial, hard and mechanical. The guitars screeched and the drums crushed all other possibilities. A team of hitters on a mission.
From the new album I’m almost sure they played My Ex-Classmates Kids, that mocking reiteration, exasperated, that left you speechless. Maybe they played the entire thing, who knows, but every note seemed twisted that it was hard to tell with certainty.

I still remember quite well two things: the nerve wrecked crowd that in little groups starts exiting the room after about an hour of the show where every song seems the continuation of the previous one and you can't foresee any ending; and Mark E. Smith’s obstinacy in being Mark E. Smith.
The battle he was fighting, there on the stage with his proclamations, his falls, it was not against us, nor romantically against himself. All his ferociousness mixed with sarcasm was targeted towards music, the only opponent worth still fighting. A wall of music that he tried to take down and rebuild, he’d smash into continuously, without letting go even for an instant. The scornful dash with which he looked at his mic, as if he was compelled to sing, it was a surprise attack. All the chewed up and incomprehensible words were a way of confusing the opponent. He stayed there, attached to the music, with his bony fingers, badly keeping himself on foot and not going down. Music in the end would have won the fight, but Mark E. Smith, on that stage that he seemed to never want to leave had to fight tooth and nail.
Almost everyone has left. The people that have stayed have jumped into the first hall to dance, to forget the labor of the last hour. I go and take down the show’s poster from the wall. It’s a huge bright red sheet of paper and in the middle it just has the letters
T H E  F A L L.

martedì 23 gennaio 2018

This year was the worst year

Lätta regnskurar

This year was the worst year
ice kept on melting
Trump kept on yelling
and we hid our hearts in our instagrams
like junebugs sucked into the machinery of man

This year was your best year
you roamed the floors
hiding your dad's gear
and you laughed and you loved
all the algorithms
of braindead youtube videos
made to make a man out of a kid...



Lätta regnskurar in svedese significa "pioggia leggera" ed è il nuovo nome sotto cui fa ora musica Johan Hedberg, dei nostri amati Suburban Kids With Biblical Names. Al momento su Soundcloud ci sono soltanto un paio di tracce. La prima era una strana marcetta sintetica in svedese che mi aveva lasciato un po' perplesso. Poi all'improvviso, dopo Capodanno, è apparsa questa This Year, una ballata pianoforte e voce che riesce a far stare dentro una manciata di versi e qualche accordo tutte le paure e le incertezze di chi mette al mondo figli oggi, contro ogni ragione, e che nella sua limpida purezza mi ha fatto venire gli occhi lucidi.
Se Google Translate dice il vero, nella presentazione della traccia Johan scrive che "the only way for me to create music right now is to have no frames at all": mi auguro che continui a trovare "no frames" come questa, e spero davvero che la "pioggia leggera" possa portare a Johan una stagione di nuove canzoni.

lunedì 22 gennaio 2018

Broken again


“polaroid – un blog alla radio” – S17E14

The Radio Dept. – Your True Name
Cindy Lee – Operation
Frankie Cosmos – Jesse
Lumpy & The Dumpers – Clatter Song
Unlikely Friends – Broken Again
Soccer Mommy – Your Dog
Total Control – Laughing At The System Pt.1
The Green Child – Her Majesty II
Tropical Trash – Last Night Straight
Car Seat Headrest – Nervous Young Inhumans
Sidney Gish – Sin Triangle

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud




You don't like me, I don't look like you

SHOPPING - THE OFFICIAL BODY

Arrivati ormai al terzo album, siamo convinti di sapere cosa aspettarci dagli Shopping: canzoni tese, asciutte e frenetiche, tra influenze Slits, ESG, Au Pairs o Tom Tom Club, zeppe di proclami anti-consumismo, critiche feroci alla società contemporanea e umorismo amaro. Se è solo questo che cercate, sarete accontentati anche dal nuovo incalzante lavoro The Official Body, in uscita per Fat Cat. Ma se andate oltre i pregiudizi di noi tutti esperti e sopraffini selezionatori di playlist, gli Shopping vi riserveranno qualche sorpresa.
Intanto, il nuovo album è stato registrato insieme a Edwyn Collins. Sì, il signor Orange Juice in persona si è messo alla regia e ha portato il trio ad espandere la loro classica e ormai rodata tavolozza di suoni. Ci troviamo dunque davanti a un suono che ha arricchito la formula basso-chitarra-batteria con l'innesto di synth e l'aggiunta di ritmiche elettroniche e campionamenti. Prendi uno dei singoli di punta della scaletta, Wild Child: le tastiere sono il controcanto principale del ritornello e creano letteralmente tutto lo spazio intorno alla voce. Oppure lasciati spiazzare dagli attacchi di Discover o New Values, dai colori freddi e cupi, quasi new wave.
Il comunicato che presenta il disco sottolinea come, nei mesi in cui la band stava scrivendo e registrando, il contesto politico ed economico sia nella loro Gran Bretagna che nel resto del mondo stesse peggiornado giorno dopo giorno, tra Brexit, Trump e crisi ormai permanente. Eppure i testi secchi e minimali non ripondono direttamente alla cronaca del quotidiano, ma sembrano spingersi verso qualcosa che assomiglia ad aforismi motivazionali ("Don't believe! Ask questions!" oppure "Let go of everything / Wild child / Melt down your wedding ring!”) per giovani generazioni dall'animo in rivolta. In questo senso, il tono in generale dell'album risulta molto più ottimista, risoluto e agguerrito di quanto ci si possa aspettare. Sarà per quella voglia di party senza compromessi che ti mette sempre addosso il caro vecchio punk-funk; sarà perché un "anarchic, flamboyant spirit is really important to queer culture"; o magari - voglio sperare - sarà perché gli Shopping sanno vederci più lontano.